BIOGRAFIA


La storia della carriera artistica di Giancarlo Gelsomino

Giancarlo Gelsomino (nato a Varazze, Italia nel 1958) sviluppò nel corso di oltre quattro decenni una pratica artistica caratterizzata da una costante attenzione ai processi materici, allo scambio interculturale e alle implicazioni sociopolitiche della produzione artistica.

La sua prima mostra pubblica risalì al 1980 a Milano e, l’anno successivo, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Genova. Nel 1982 gli venne conferito il Premio Nazionale Duchessa di Galliera presso la Galleria d’Arte Moderna di Nervi, riconoscimento istituito per sostenere e valorizzare le ricerche artistiche emergenti in Liguria. Durante questi anni di formazione, Gelsomino esplorò la figurazione e i linguaggi citazionisti, attingendo a frammenti della pittura cinquecentesca per interrogare e decostruire i codici visivi ereditati dalla tradizione. Attraverso l’isolamento e la ricontestualizzazione dell’immaginario storico, mise in discussione la funzione descrittiva dell’immagine, riattivandola come strumento critico.

Già durante gli anni di studio partecipò a oltre venticinque mostre collettive e realizzò due importanti cicli di opere personali, Della Dissimulazione (1983) e Ante Rem (1984). Nel 1983 lo storico e critico d’arte Gianfranco Bruno scrisse:

“L’opera del giovane artista rifiuta la critica volta a esplorarne l’espressività e a ricondurre la creatività alla sua matrice esistenziale.”

– Gianfranco Bruno
(1937 – 2016)

Gelsomino si laureò con lode nel 1984 e, sotto la guida di Gianfranco Bruno, allora direttore dell’Accademia, e dellastorica e critica d’arte Rossana Bossaglia, consolidò rapidamente la propria presenza nell’ambiente artistico genovese e ligure. A partire dalla metà degli anni Ottanta, la sua attività si estese progressivamente in Italia e a livello internazionale, a partire da un mostre negli Stati Uniti nate nell’ambito di uno scambio culturale tra artisti americani e genovesi.

Le opere di questo periodo testimoniarono una raffinata ricerca sulla percezione lineare e sui residui poetici del paesaggio e della forma architettonica, come emerse nella serie Riprendendo il Discorso (1986), successivamente pubblicata sul numero di maggio 1986 di Vogue.

Le serie successive, tra cui Non vi sarà più Notte e Apotemma (1988), introdussero un crescente senso di frammentazione e dissonanza, accostando figure caricaturali a spazi instabili e spesso caotici.

Queste opere segnalano una precoce articolazione dell’espressione pittorica e tematiche che sarebbero rimaste centrali nella sua produzione: il rapporto tra linguaggio formale e contesto socio-politico, e il ruolo dell’arte come luogo di dialogo.

Dalla fine degli anni Ottanta, Gelsomino iniziò a sperimentare sempre più intensamente con tecniche miste, incorporando legno, materiali di recupero, fuoco e pratiche di intaglio artigianale nella realizzazione di opere scultoree e installative. Attraverso superfici dense e matericamente complesse, sviluppò una forma di ‘brutalismo’ visivo che cercava di incarnare insieme la violenza e la vitalità dell’esperienza contemporanea — ciò che egli stesso descriveva come “l’idea dell’orrore e della gioia cui va incontro la nostra epoca” (Gelsomino, 1986).

Gli anni Novanta segnarono una fase di intensa attività internazionale, con mostre in Europa, nelle Americhe, in Medio Oriente e in Australia. La sua pratica artistica si caratterizzò in questo decennio per progetti collaborativi e interdisciplinari che coinvolgevano artisti, musicisti, registi e scrittori. Tali iniziative posero al centro lo scambio interculturale, concependo l’arte come strumento di circolazione della conoscenza, della memoria e della coscienza politica.

La mostra Scolpire il Tempo del 1990, presentata a Gerusalemme, rappresentò emblematicamente questo approccio, proponendo la pratica artistica come spazio di confronto oltre i confini culturali e geopolitici. Gli scritti di Gelsomino di questo periodo rifletterono una profonda tensione etica nei confronti della sofferenza umana, della distruzione ambientale e della perdita culturale, concependo l’arte tanto come testimonianza e intervento quanto come metodo e oggetto di riflessione.

In un dialogo con il critico d’arte Dario Micacchi, pubblicato nel catalogo della mostra C’è chi dà i numeri e chi fa gli alfabeti, tenutasi presso il Centro d’Arte La Maddalena di Genova, Gelsomino scrisse:

“…Il mio lavoro con pennelli e scalpelli è destinato a servire qualcuno, prima di tutto chi non ha voce, poi chi deve trovare coraggio e rabbia per perseverare sul cammino della solitudine e dell’emarginazione (non conosco altre strade per chi lavora seriamente).”

Micacchi interpretò quindi il lavoro dell’artista come quello di:

“Qualcuno che sogna una realtà feroce e mostruosa: questa è la sua straordinaria e bellissima energia di artista contemporaneo, libero da etichette critiche”.

Come osservò il critico d’arte Matteo Fochessati, il modo in cui Gelsomino traduceva visivamente le proprie riflessioni costituiva una “testimonianza concreta del momento sperimentale di una fase operativa transitoria“. La sua ricerca dimostrò la capacità di assorbire il clima culturale contemporaneo attraverso la storia del paesaggio, dell’immagine e della funzione simbolica, in una tensione espressiva volta a restituire «l’atmosfera esistenziale» entro cui le opere erano state concepite.

Durante un periodo trascorso in Australia, Gelsomino sviluppò legami personali e artistici destinati a durare nel tempo, tra cui la nascita della figlia Francesca, figura che sarebbe divenuta centrale nelle opere successive. Il confronto e la collaborazione con artisti e pratiche culturali delle Prime Nazioni ampliarono significativamente il suo linguaggio visivo, stimolando una riflessione sul luogo, sulle storie coloniali e sui sistemi di rappresentazione attraverso un dialogo interculturale.

Mostre come Myth and Ritual (1992), Presenze(1992) e Indajala-ju (1992) riflettono questi scambi, fondendo elementi simbolici, musicali e visivi in un linguaggio volto a dissolvere i confini tra culture e forme espressive.

A proposito della mostra Presenze, il critico d’arte Giorgio Mangone scrisse che la serie mirava a:

“mettere in contatto due realtà – una romantica, l’altra realistica. Cerca persino di fonderle in un unico progetto-realtà, e per farlo ricorre in modo armonioso alla musica (pianoforte e didgeridoo). Tutto ciò è incentrato su una visione dell’arte che tende ad eliminare i confini”.

Nel corso degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, Gelsomino continuò a sviluppare opere capaci di intrecciare dimensioni personali, politiche e storiche. Dipinti e installazioni si confrontarono spesso con geografie contese — dalla Palestina all’Australia, da Cuba al Messico, alla Sicilia — esplorando il potenziale comunicativo dell’immagine e della materia nel rapporto con la contemporaneità. In questo senso, la sua produzione generò esperienze artistiche che Franco Sborgi definì:

“generatrici dell’evoluzione stessa del linguaggio.”

Questi caratteri distintivi emersero chiaramente nella mostra personale Quando avrò il vento tra le mani (1994) e nella successiva Il Mondo Interiore dell’Esterno (1995), presentata in Australia. Il critico Ostello Remi descrisse le iniziative interculturali di Gelsomino come:

“una diffusione delle due culture che mira a rafforzare i legami di amicizia e di reciproca comprensione tra… il patrimonio culturale e l’impegno di giovani artisti contemporanei che colgono gli aspetti distintivi e l’identità delle culture della loro terra d’origine”.

Nei primi anni Duemila, la sua ricerca assunse una dimensione più intima. In seguito a un viaggio in Messico realizzò Notti stellate di forme e colori (2000), opera che incorporava i disegni della figlia all’interno di composizioni stratificate di paesaggi aspri e immagini di guerra, accostando l’innocenza infantile alla violenza del mondo contemporaneo. Il motivo ricorrente delle mani — ora associate a quelle della figlia — divenne simbolo di connessione, trasmissione e autorialità condivisa.

L’urgenza etica della sua pratica rimase centrale anche nel progetto collaborativo Piccolo Occidente in Medio Orriente (2004-2005), installazione pubblica dedicata alla guerra in Iraq e al rapimento della giornalista Giuliana Sgrena. L’opera, inaugurata in uno spazio pubblico, suscitò polemiche e forte allarme tra i residenti locali, provocando l’intervento delle forze dell’ordine e copertura giornalistica.

L’ultima grande mostra di Gelsomino, Eclissi – le tue mani su di me (2007), tenutasi a Milano, riunì opere storiche e recenti in una riflessione complessiva su memoria, identità e continuità artistica. Accompagnata da composizioni musicali realizzate in collaborazione con musicisti australiani e con la figlia, la mostra ribadì il suo costante interesse per una concezione relazionale e interdisciplinare dell’arte.

A proposito di questa esposizione, il critico Giuseppe Marcenaro descrisse Gelsomino come un artista che “si muove come un nomade della pittura“, costruendo opere che attraversano miti e ricordi personali in una narrazione progressiva sospesa in una catartica “zona d’ombra”. Opere che inducevano lo spettatore a seguire con lo sguardo e con il tatto ogni superficie, immergendosi nel processo stesso dell’indagine artistica.

Negli anni successivi Gelsomino continuò a vivere e lavorare in Italia, dove le sue opere furono presentate in numerose esposizioni e ricevettero una costante attenzione critica. Particolarmente significativa fu la partecipazione alla 54ª Biennale di Venezia del 2011, nella sezione Padiglione Italia – Regione Liguria, curata da Vittorio Sgarbi e allestita presso Palazzo della Meridiana a Genova. Altrettanto notevole nello stesso anno è stato il Premio D’Arte Duchessa di Galleria 2011 – 1956 – Un percorso tra i linguaggi del contemporaneo in Liguria, tenutosi al Museo D’arte Contemporanea Di Villa Croce.
La sua ricerca venne inoltre inclusa in pubblicazioni quali il Catalogo Bolaffi di Arte Contemporanea Italiana e in numerose riviste e periodici internazionali.

Nel 2011 Gelsomino cessò di esporre pubblicamente, intraprendendo un lungo periodo di introspezione. Nei tredici anni successivi si dedicò integralmente a un unico corpus di opere profondamente personali intitolato “Sulle Ali dell tuo Canto“. Composta da 265 opere a tecnica mista incentrate sul motivo della farfalla, la serie rimase interamente privata durante la sua vita. Solo dopo la sua morte, avvenuta nell’agosto del 2023, emerse che le opere erano dedicate alla figlia.

Pur mantenendo la consueta intensità materica, questa serie segnò un significativo mutamento di tono, rivelando una dimensione più luminosa, contemplativa e spirituale della sua pratica artistica.

Ogni opera rese omaggio a un ricordo, una persona, un evento o una fonte di ispirazione, dando forma a una meditazione silenziosa ma profonda sull’amore, sull’eredità affettiva e sulla dedizione all’arte.

Tra i pochi fortunati che videro la serie c’era il suo caro amico Roberto Verace, il quale scrisse il seguente passaggio a proposito di quest’opera di Gelsomino:

‘Negli ultimi undici anni, pur nella solitudine più incomprensibile e tormentata, nelle difficoltà più avvilenti egli ha progettato e realizzato il proprio capolavoro sconosciuto: un ciclo di opere dedicate al mondo dei lepidotteri, tutte in formato cm. 65 x 65, che negli ultimi giorni della sua vita ha superato l’impressionante numero di più di duecentosessantacinque pezzi. Un’impresa eccezionale, una sfida all’omologazione, una ragione di vita. La narrazione, la creazione poetica, fil rouge che percorre tutta la sua opera, di un mondo di instabilità, di precarietà, di tensione, di contrasto violento, di conflitto che trova la sua ragion d’essere proprio nell’esistenza del rapporto, del difficile se non impossibile dialogo individuale e sociale’.

L’opera di Giancarlo Gelsomino sfuggì a una definizione univoca, configurandosi piuttosto come un’indagine dinamica e in continua evoluzione sulle intersezioni tra forma, storia ed esperienza umana. Attraverso media differenti e contesti geografici molteplici, la sua ricerca tentò costantemente di reimmaginare l’arte come spazio d’incontro: tra culture, tra individui e tra il visibile e l’invisibile.

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